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Per il week end di Ferragosto ho passato degli splendidi giorni in Trentino. Per una coincidenza della vita, proprio in quei giorni, un raccoglitore di funghi è stato attaccato da un’orsa (l’orsa Daniza). L’atto è stato ovviamente giustificato dalla presenza dei due cuccioli dell’orsa e non da una violenza gratuita o ingiustificata. La notizia è stata ripresa a livello nazionale e ho potuto seguire il servizio del Tg1 e non sprecherò commenti per descrivere la mancanza di contenuti del servizio in questione (parlare male del Tg1 è sparare sulla Croce Rossa insomma); mi soffermerò però sul taglio dato alla notizia laddove il povero “raccoglitore”, è stato ritratto come un ragazzo dalla prestanza fisica notevole la quale lo avrebbe salvato da morte certa; insomma, è stato suggerito con vaghe parole che il ragazzo avrebbe avuto una lotta con l’orsa e si sarebbe salvato grazia ad essa.

Daniza e i cuccioli

Daniza e i cuccioli

Ho lavorato per tre mesi nel Parco Nazionale di Yellowstone (USA) e la primissima nozione che ci è stata detta, insegnata, ripetuta fino alla nausea era che la foresta era il luogo degli animali “wild”. In altre parole, se volevamo fare delle passeggiate o svolgere qualsiasi altra attività al suo interno, dovevamo essere consci e vigili sul pericolo che gli animali potevano rappresentare. Questo non significava non entrare nella foresta o avere un atteggiamento negativo o passivo rispetto alla natura: bensì, era invece l’esatto contrario: significava rispettare quell’ambiente naturale, riconoscere che lì dentro noi eravamo gli “ospiti” e non i padroni e pertanto bisognava comportarsi di conseguenza. Era espressamente vietato girare da soli o in gruppi inferiori a quattro persone perché altrimenti si era maggiormente vulnerabili e il personale del National Park Service (NPS), volgarmente i “ranger”, si premunivano di raccomandarlo ad ogni occasione. Se volevi addentrarti all’interno delle foreste da solo, se volevi svolgere delle passeggiate/trekking sui sentieri non tracciati, era a tuo rischio e pericolo. Letteralmente.

Non bisogna temere però l’ambiente naturale, bisogna semplicemente rispettarlo. E sopratutto, SAPERE come comportarsi in caso di necessità. Esiste un codice di comportamento e si dovrebbe forse insegnarlo o pubblicizzarlo maggiormente. Far credere che attaccare a propria volta un orso sia la risposta giusta è non solo sbagliato ma fuorviante nei risultati:se quel ragazzo è sopravvissuto non è stato grazie alla sua “prestanza fisica” ma perché semplicemente l’orsa non l’ha voluto ferire gravemente. Tutti gli incidenti avvenuti a Yellowstone con degli orsi sono sempre accaduti perché le persone erano da sole o nei posti sbagliati. Ho scritto la mia tesi di laurea su questi argomenti e posso assicurare che il dibattito sul rapporto fra gli orsi e gli esseri umani, in un ambiente naturale come un Parco nazionale, è ancora ampiamente dibattuto anche negli Stati Uniti. Ma la politica statunitense a riguardo è stata di cambiare e trasformare presso l’opinione pubblica, l’immagine degli orsi e degli animali selvatici in generale. In passato si riteneva che quel tipo di animali fossero un’attrazione per il Parco, li si poteva sfamare e avvicinare. Ora non più. L’animale “wild” è trattato come tale e non come un “pet”, un animale domestico. Gli orsi, i bisonti e tutti gli altri animali, non sono presenti a Yellowstone per essere ammirati dal “pubblico” (almeno nelle intenzioni) ma come “abitanti” del Parco, da tenere a distanza (esiste anche un legge federale a riguardo). Quando smetteremo di trattare gli animali come se fossero dei cuccioli di peluche, sopratutto gli orsi, forse incominceremo davvero a rispettarli e a trovare delle soluzioni concrete alla co-abitazione in un ambiente naturale circoscritto e abitato.

Mi si potrebbe obiettare, giustamente, che i parchi nazionali statunitensi, in particolare quello di Yellowstone, non sono abitati così come avviene in quelli italiani (che spesso racchiudono anche dei paesi e città al loro interno) e questa differenza fondamentale è da rintracciarsi nelle origini delle istituzioni dei parchi nazionali nel nostro Paese (ma non è questo il luogo per farlo); pertanto ci sarebbero davvero delle problematiche legate appunto alla co-abitazione così come affermavo in precedenza. Ma uccidere l’orsa Daniza non credo sia la soluzione migliore; eliminati i moralismi e i sentimentalismi del caso (è una mamma con dei cuccioli, voleva difenderli, ecc.), il vero problema che emerge è che tipo di politica voglia intraprendere il Parco e più in generale, la politica italiana a riguardo degli ambienti naturali protetti.

Qual è il senso di reintrodurre delle specie protette, potenzialmente pericolose, se poi al primo problema sono abbattute? Perché invece non insegnare, educare, che la foresta non appartiene solo all’uomo?

Io sto con Daniza

Io sto con Daniza